L’ANPI

Nella mattinata di giovedì 12 dicembre 2024 le classi 4ICL e 5DLS del Liceo delle Scienze applicate G. Cardano di Pavia hanno avuto l’opportunità di partecipare a una conferenza in cui hanno assistito alle testimonianze di Saeda Pozzi, figlia del celebre partigiano Cesare Fusco. All’incontro ha preso parte anche il professore di storia Mario Albrigoni, presidente della sezione ANPI di San Martino-Travacò.
La conferenza ha affrontato diversi temi relativi alle vicende dei partigiani, ossia combattenti armati che non appartenevano ad un esercito regolare, bensì ad un movimento di resistenza che aveva come obiettivo la liberazione della patria dalla dittatura e dalle crudeltà.
In questo articolo andremo in particolare ad approfondire la storia di ANPI, un’associazione fondata proprio dai partigiani durante la Seconda Guerra Mondiale.
Innanzitutto dobbiamo fare una breve analisi del periodo storico in cui è avvenuta la fondazione. L’Italia aveva assistito da poco alla caduta del regime fascista, 8 settembre 1943, ma era tuttavia ancora occupata dalle forze nazifasciste della Repubblica di Salò. Alcuni uomini armati, i partigiani, con l’obiettivo di rendere l’Italia libera dai soprusi tedeschi e repubblichini, iniziarono a compiere degli attacchi a sorpresa per spaventare e indebolire le forze armate nazifasciste. Successivamente il 5 aprile 1945 a Milano, un gruppo di partigiani che avevano partecipato attivamente alla lotta contro il fascismo decise di fondare l’ANPI, con lo scopo di tutelare i diritti e la memoria dei combattenti e difendere i valori di libertà, giustizia e democrazia venuti a mancare in quegli anni. A questo scopo, come approfondiremo in seguito, si impegnarono a raccogliere le testimonianze dei partigiani, garantendo il loro riconoscimento e contribuendo alla ricostruzione del Paese.
Tra gli obiettivi principali dell’ANPI, al momento della sua fondazione, possiamo quindi individuare:
– restituire al Paese una piena libertà e favorire un regime di democrazia per impedire in futuro il ritorno di qualsiasi forma di tirannia e totalitarismo.
– valorizzare in campo nazionale e internazionale il contributo effettivo portato dall’azione dei partigiani.
– far valere e tutelare il diritto dei partigiani di partecipare in prima linea alla ricostruzione morale e materiale del Paese.
– promuovere la creazione di centri e organismi di produzione e di lavoro per contribuire a lenire la disoccupazione.
L’ANPI si è poi sempre impegnata nella difesa della Costituzione italiana. Questo impegno si è concretizzato promuovendo la conoscenza della Costituzione attraverso eventi, conferenze e attività scolastiche.
Molteplici furono poi le iniziative, nel corso degli anni, tra cui ad esempio la Conferenza del 9 marzo 1965 intitolata “La solidarietà degli antifascisti italiani al popolo spagnolo in lotta per la libertà” contro il regime franchista, oppure la celebrazione della “Giornata della donna nella Resistenza”, intesa a valorizzare il ruolo prezioso delle partigiane nella lotta di Liberazione.
Ma come è strutturata ad oggi l’ANPI? L’organizzazione è piuttosto articolata: al vertice c’è il Comitato Nazionale, seguito dai Presidenti Provinciali, dai Coordinamenti Regionali, dai Comitati Provinciali e infine, a livello locale, dalle Sezioni comunali e dai Circoli.
La sede principale dell’associazione si trova a Roma.
Il primo presidente dell’ANPI è stato Arrigo Boldrini, che ha guidato l’associazione per quasi sessant’anni, dal 1947 al 2006. Dopo di lui sono stati eletti Agostino Casali e in seguito Carlo Smuraglia, un avvocato e partigiano molto stimato. Nel 2017 Carla Nespolo è diventata la prima donna presidente e anche la prima a non essere stata partigiana. Dopo la sua scomparsa, nel 2020, il ruolo è passato a Gianfranco Pagliarulo, che è l’attuale presidente.
L’ANPI non è solo per chi ha vissuto la Resistenza: dal 2006 accoglie come iscritti tutti i cittadini maggiorenni che si riconoscono nei valori dell’antifascismo. Questa apertura ha portato a un importante ricambio generazionale: già nel 2010 gli iscritti erano circa 110.000, con molti giovani tra i 18 e i 30 anni, accanto ai partigiani storici.
Per sostenersi, l’ANPI si basa sui contributi dei soci, sul 5 per mille e su alcuni fondi statali per eventi significativi, come le celebrazioni della Liberazione.
L’ANPI oggi, attraverso diverse attività culturali ed educative, si propone di stimolare una riflessione critica dei valori della Resistenza allo scopo di riconoscere la loro attualità, affrontando tematiche che spaziano dalla difesa della democrazia al rispetto dei diritti umani.
Il punto più importante è sicuramente la trasmissione della “memoria”. Essa è vista come strumento di connessione tra passato e presente, utile per interpretare e agire nel mondo attuale.
L’ANPI ha ad esempio contribuito a creare il Memoriale della Resistenza Italiana, un archivio di video-interviste ai partigiani che offre un approccio diretto e umano alla storia.
Inoltre, come è avvenuto all’ITIS Cardano, si dedica all’educazione nelle Scuole: l’ANPI ha infatti firmato un protocollo con il Ministero dell’Istruzione per promuovere nelle scuole lo studio della Resistenza, della Seconda Guerra Mondiale e dell’antifascismo, oltre a sensibilizzare sui principi della Costituzione. L’obiettivo è contribuire alla formazione storica e civica dei giovani, sostenendo gli insegnanti nella trasmissione di conoscenze e valori democratici.
Con la fine della guerra l’ANPI è quindi diventata una delle principali voci della società civile, mentre la figura del partigiano è divenuto simbolo di giustizia sociale e di pace.
Attualmente in provincia di Pavia l’ANPI è presente in 29 sezioni territoriali con quasi 1800 iscritti, che aumentano con il passare degli anni.
Federico Casa, Andrea Garetti, Ginevra Grumi, Samuele Taffurelli, Tobia Traverso, Kamila Zaiduloeva classe 5DLS
Vita di Fusco

Cesare Pozzi, nato a Ziano Piacentino nel 1914, è stato uno dei maggiori protagonisti della Resistenza nell’Oltrepò Pavese.
Fu chiamato nel 1935 alla leva militare per combattere nella Seconda Guerra Mondiale. Venne mobilitato come sergente capo marconista prima sul Fronte occidentale e poi in quello libico-egiziano, nel conflitto conosciuto come Guerra nel deserto.
Dopo l’8 settembre 1943 tornò a Montù Beccaria, dove abitava, e organizzò in Val Versa un primo gruppo di partigiani, che concentrava i suoi attacchi contro i presìdi fascisti della zona tra il Pavese ed il Piacentino.
La decisione di diventare partigiano fu motivata dall’importanza che egli attribuiva ai valori della libertà, da lui ritenuta la possibilità di scegliere sempre rispettando gli altri.
Cesare Pozzi scelse il nome di battaglia “Fusco” per onorare un commilitone caduto in battaglia. Il suo scopo come partigiano era di sottrarre i giovani alla leva di Salò e difendere le popolazioni dei piccoli centri collinari.
Il 19 giugno 1944 due dei suoi uomini caddero nelle mani della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana) di Montù, durante un assalto alla caserma dei carabinieri.
“Fusco” attaccò la caserma liberando i prigionieri ed impossessandosi di molte armi e munizioni, che gli servirono il mese successivo, quando assaltò la caserma di Borgonovo Val Tidone.
Sono numerose e ampiamente ricordate nei molti volumi sulla Resistenza oltrepadana, le azioni di cui furono protagonisti i partigiani guidati da “Fusco” che controllavano le zone dell’Oltrepò: dai colpi di mano contro i nazifascisti nei centri abitati compresa Stradella, ai duri scontri per la difesa del Passo del Carmine nei giorni drammatici del grande rastrellamento di fine 1944, alla famosa battaglia delle “Ceneri” del febbraio 1945, che segnò l’inizio della riscossa partigiana sino alla Liberazione. Le sue gesta furono persino premiate con la Medaglia d’argento al valor militare.
Fusco morì a Pavia il 4 luglio 2007 lasciando i suoi parenti fra cui la figlia Saeda, che porta avanti le ideologie del padre. Infatti tiene vari incontri con gli studenti, come quello del 12 dicembre 2024 con le classi 4ICL e 5DLS del Liceo delle Scienze Applicate G. Cardano, durante i quali racconta di come in casa sua si è sempre respirata l’aria della Resistenza e di come suo padre abbia lottato per la libertà. Saeda ha sottolineato l’importanza dei valori che le sono state trasmessi, come la difesa della democrazia e libertà di pensiero. Si è dichiarata affranta nel vedere che alcune libertà stanno svanendo, per questo invita le giovani generazioni a pretendere e a difendere quelle libertà per le quali suo padre si è sacrificato.
Saeda ha concluso il suo intervento spiegandoci che i rischi corsi da suo padre combattendo per i suoi ideali siano stati una scelta giusta, anche se lo hanno costretto a vivere un periodo di paura, costringendolo ad essere sempre in movimento, senza mai dormire due notti nello stesso letto per evitare di venire catturato.
Saeda ci ha raccontato due affascinanti episodi che videro protagonista suo padre: nel primo emerge il rispetto per l’avversario, un comandante tedesco ritenuto nemico leale e perciò meritevole di rispetto, che più volte Fusco ricordò con visite alla tomba; il secondo evidenzia il coraggio e la perseveranza dimostrata dal famoso partigiano che catturò Felice Fiorentini, comandante di un Reparto della RSI addetto alla Pubblica Sicurezza, che seminava terrore e violenze tra le popolazioni dell’Oltrepò, poi fucilato alle Piane di Pietragavina.
Luca Caroppo, QinLe Chen, Filippo Galbarini, Christian Viola 5DLS
IL RUOLO DELLE DONNE NELLA RESISTENZA PARTIGIANA

Il 12 dicembre 2024, il nostro istituto ha ospitato un evento di rilevante importanza storica. Saeda Pozzi, figlia del valoroso partigiano Cesare Pozzi noto con il nome di battaglia “Fusco”, ha dialogato con alcuni studenti accendendo i riflettori sulla Resistenza, periodo cruciale della storia italiana.
Saeda ha narrato la storia di un partigiano che ha dedicato la propria vita alla lotta per la libertà del nostro Paese, consentendo agli studenti presenti di rivivere le vicende di chi scelse di rischiare la vita per un ideale più grande. L’evento è stato molto più di una semplice testimonianza o commemorazione: ha offerto l’occasione per riflettere sul significato profondo della Resistenza e sulla sua attualità.
Oltre alla figlia del partigiano, all’incontro ha preso parte anche Mario Albrigoni, presidente della Sezione A.N.P.I di San Martino-Travacò, ovvero l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Egli, dopo le preziose parole di Saeda Pozzi, è intervenuto per presentare il programma dell’A.N.P.I. e per approfondire un tema della Resistenza non sempre citato e a cui non viene attribuito abbastanza valore: il ruolo delle donne. Un tema che negli ultimi anni ha suscitato crescente interesse da parte degli storici e degli studiosi.
Quando si parla di Resistenza, il focus dei nostri pensieri si pone sugli uomini che combattevano al fronte, rischiando la vita nella dura quotidianità della guerra. Ma le donne erano estranee a questa realtà oppure ne facevano parte? Le donne, il cui ruolo è stato troppo a lungo sottovalutato, non meritano forse di essere riconosciute come protagoniste della Resistenza?
In questo contesto, le donne giocarono un ruolo straordinario e fondamentale sia nella lotta armata che nella resistenza civile e politica. Sebbene per lungo tempo il loro impegno sia stato sottovalutato o dimenticato, oggi non è più possibile ignorare il loro contributo che fu decisivo alla causa partigiana.
Le donne durante la Resistenza svolgevano molteplici ruoli, tutti fondamentali nell’organizzazione della vita partigiana, che agevolavano il compito dei partigiani nella lotta per la sopravvivenza. Esse non furono semplici comparse, ma protagoniste a pieno titolo.
Il primo compito era il supporto logistico e organizzativo; per esempio, fondarono squadre di primo soccorso per aiutare feriti e malati, organizzarono la raccolta di indumenti, cibo e medicinali per sostenere i partigiani e le popolazioni colpite dalla guerra, offrirono assistenza materiale e psicologica ai familiari dei caduti e dei prigionieri. Inoltre, fornivano partecipazione attiva nella vita partigiana: cucinavano, lavoravano, cucivano e curavano i feriti, ma partecipavano anche alle riunioni organizzative e politiche, contribuendo alla pianificazione delle attività e, all’occorrenza, non esitarono a cimentarsi con le armi nelle azioni militari. Infine, si occupavano della comunicazione di informazioni segrete e azioni rischiose; svolsero il prezioso ruolo di staffette partigiane, attraversando con astuzia i posti di blocco nemici per trasportare armi, medicinali, informazioni e messaggi fondamentali; nascosero documenti compromettenti e munizioni sfruttando gli stereotipi dell’epoca che le consideravano meno pericolose; se fermate, spesso dichiaravano falsi compiti familiari (accudimento di bambini affamati, cure di parenti malati), riuscendo così a evitare perquisizioni.
Le azioni delle donne durante la Resistenza furono soggette a rischi pari a quelli degli uomini. Se catturate, subivano spesso atroci torture da parte dei nazifascisti, senza cedere o tradire i compagni partigiani. Quindi il loro contributo durante la guerra può essere paragonabile, dal punto di vista dell’importanza delle azioni e della responsabilità, a quello dei soldati partigiani dell’epoca.
Durante il periodo bellico mentre gli uomini erano richiamati al fronte, le donne assunsero un ruolo fondamentale a livello economico e produttivo, sostituendoli nei settori cruciali. Per esempio nell’industria e nell’agricoltura, esse lavorarono nelle fabbriche tessili, alimentari e metalmeccaniche, nelle catene di montaggio e nei campi, svolgendo attività tradizionalmente riservate agli uomini. Davano anche un fondamentale contributo nelle manifestazioni di protesta, organizzando scioperi e proteste contro la guerra e le condizioni economiche.
In molti casi, soprattutto nelle campagne, misero a disposizione le proprie case, rischiando la vita per dare rifugio ai partigiani, curare i feriti e proteggere i perseguitati.
Nella storia del ruolo che esse svolsero durante la lotta partigiana, spiccarono azioni di straordinario eroismo femminile; tra le protagoniste ricordiamo Luigina Albergati, la “guerriera senza armi”. In un episodio particolarmente significativo avvenuto alla stazione di Stradella, Luigina riuscì a fermare un convoglio tedesco di renitenti alla leva semplicemente sventolando un fazzoletto bianco e gridando ai giovani di scappare. Questo atto, apparentemente semplice, rappresentò un esempio di come le donne, anche senza impugnare le armi, seppero mettere in gioco la propria vita per salvare altre persone e contribuire alla causa della libertà.
L’esperienza della Resistenza non fu solo un momento di lotta contro l’oppressione nazifascista, ma anche un punto di svolta per la condizione delle donne in Italia. Le partigiane dimostrarono di essere in grado di assumere ruoli di grande responsabilità, rompendo gli stereotipi di genere che le costringevano a svolgere ruoli secondari. Combattenti, staffette, madri e lavoratrici, queste donne contribuirono attivamente alla liberazione del Paese con organizzazione, determinazione e coraggio.
Il loro impegno e i sacrifici sostenuti durante quegli anni difficili gettarono le basi per il futuro movimento di emancipazione femminile, dimostrando che il valore e la forza delle donne potevano andare ben oltre i limiti imposti dalla società dell’epoca. La Resistenza rappresentò, quindi, non solo una lotta per la libertà politica, ma anche un fondamentale passo avanti nella rivendicazione dei diritti e della parità di genere.
Il contributo delle donne alla Resistenza italiana fu immenso e insostituibile. Restituire loro il giusto riconoscimento significa onorare la memoria storica e trasmettere alle nuove generazioni un messaggio di uguaglianza, giustizia e libertà.
Sofia Garibaldi, Elisa Laboranti, Arianna Masi, Emma Novarini, Martina Pozzato, Tommaso Rinaldi 5DLS
Giornale dell'I.T.I.S. "G. Cardano" - Pavia

