Nel weekend del 27-29 settembre 2025 ho avuto l’opportunità di partecipare al seminario del Movimento Federalista Europeo – Giovani (GFE), organizzato dalla sezione del Veneto presso il suggestivo rifugio di Valpore, sul Monte Grappa. L’incontro è stato un’occasione preziosa per riflettere su tematiche di grande attualità legate alla crisi politica globale che stiamo vivendo, attraverso momenti di dibattito libero e relazioni approfondite tenute da militanti GFE, tutte incentrate sul ruolo del federalismo come possibile risposta alla crisi dello Stato-nazione.
Tra i vari interventi, quello che più mi ha colpita è stato quello di Isabella Fatale, che ha affrontato in modo articolato il tema della crisi dello Stato-nazione, proponendo una lettura multidisciplinare che ha toccato linguistica, scienza politica, sociologia, diritto internazionale e filosofia. Un primo spunto di riflessione è emerso proprio dalla necessità di chiarire cosa intendiamo quando parliamo di “Stato”, “Nazione” e “Stato-nazione”, termini che spesso nel linguaggio quotidiano vengono confusi. In realtà, lo Stato è uno spazio politico e giuridico in cui si esercita un potere sovrano e si applicano leggi comuni, mentre la nazione è un insieme di persone accomunate da lingua, cultura, storia e senso di appartenenza. Lo Stato-nazione è, quindi, un’entità politica in cui identità statale e identità nazionale coincidono. Tuttavia, esistono nazioni senza Stato – come nel caso del popolo curdo – e Stati plurinazionali, in cui convivono più identità culturali.
A partire da queste distinzioni, Isabella ha introdotto il pensiero di Gianfranco Poggi, che nel suo saggio Lo Stato. Natura, sviluppo, prospettive analizza lo sviluppo dello Stato moderno come un processo articolato in più fasi, la prima delle quali è il consolidamento territoriale. In questa fase lo Stato cerca di esercitare un controllo esclusivo su uno spazio definito, delimitando i confini, riducendo o eliminando centri di potere alternativi, e imponendo la propria autorità su tutto il territorio. Questo processo implica l’uso della forza, la difesa militare, la repressione di poteri locali concorrenti e la costruzione di un apparato istituzionale stabile, composto da uffici centrali, corti e strutture amministrative. Ma non basta il controllo militare: lo Stato deve anche ottenere legittimità agli occhi della popolazione, attraverso una forma di riconoscimento condiviso. In questa fase, lo Stato si propone come agente di “pacificazione”, riducendo i conflitti interni e favorendo un’esercitazione omogenea del potere.
Poggi analizza anche la successiva fase di crisi dello Stato moderno, riconducibile a due tendenze opposte ma interconnesse: da un lato un “eccesso di Stato”, che si manifesta nell’espansione continua delle funzioni pubbliche, nella crescita delle strutture burocratiche e nella moltiplicazione delle regolazioni, spesso percepite come inefficaci o illegittime; dall’altro una “carenza di Stato”, in cui quest’ultimo non riesce più a garantire i suoi compiti fondamentali, come la sicurezza, l’erogazione dei servizi, la protezione sociale e la tenuta dell’ordine interno.
A integrare questa analisi è stato il riferimento al pensiero del sociologo tedesco Ulrich Beck, che distingue tra una “modernità semplice” – nella quale la società si identificava con la nazione e con il progresso industriale – e una “seconda modernità”, o società del rischio, in cui l’attenzione si sposta dai successi della tecnica ai pericoli da essa generati. I rischi ambientali, finanziari, tecnologici e sanitari non conoscono più confini e non possono più essere affrontati a livello nazionale: richiedono risposte globali e cooperative. In questo scenario, il modello dello Stato-nazione appare inadeguato: chiuso nei suoi confini, non è più in grado di governare le sfide di un mondo interdipendente. Di conseguenza, è necessario superare il punto di vista nazionale a favore di una prospettiva cosmopolitica, che veda la cooperazione tra popoli come condizione imprescindibile per la sopravvivenza e il progresso.
Il seminario ha anche toccato il pensiero di Immanuel Kant, filosofo settecentesco la cui idea di pace appare assai attuale. Secondo Kant, la pace non è solo assenza momentanea di guerra, ma una condizione strutturale in cui le basi del conflitto vengono rimosse; per lui, la pace perpetua si fonda su tre pilastri: la repubblica come forma di governo, una federazione di Stati liberi e il rispetto di un diritto cosmopolitico, basato sull’ospitalità universale e sul riconoscimento reciproco tra individui e Stati.
A partire da queste riflessioni, è emerso con forza come il federalismo possa costituire una risposta concreta e praticabile alla crisi dello Stato-nazione. Il federalismo propone una nuova struttura politica più flessibile, multilivello e cooperativa, capace di affrontare problemi complessi e globali attraverso la distribuzione del potere tra centro e periferie. Ciò consente di ridurre la distanza tra cittadini e istituzioni, aumentare la partecipazione democratica e garantire il rispetto delle differenze culturali, linguistiche e territoriali. Allo stesso tempo, il federalismo rafforza la capacità di affrontare problemi che nessuno Stato, da solo, è in grado di gestire: dal cambiamento climatico alla migrazione, dalla sicurezza alla regolazione dell’economia.
Il seminario di Valpore è stato quindi molto più di un momento formativo: è stato un esercizio di consapevolezza politica e un invito a riflettere sulla direzione che vogliamo dare all’Europa e al mondo. In un’epoca in cui le istituzioni tradizionali vacillano e i problemi si fanno sempre più globali, l’idea federalista si propone non come utopia, ma come progetto concreto, razionale e necessario per costruire un futuro fondato sulla cooperazione, sulla solidarietà e sulla condivisione del potere.
Sara Grignani 5ALS
Giornale dell'I.T.I.S. "G. Cardano" - Pavia

