Giornale dell'I.T.I.S. "G. Cardano" - Pavia

---

Genocidi: la memoria selettiva dell’umanità

AUTORI
Sara Grignani 4ALS
Ultima modifica: 8 mesi fa

Tempo di Lettura
~ 6 minuti
Valutazioni: 2
| Media: 5

Dal Ruanda all’Armenia, dalla Bosnia ai Rohingya: la storia insegna che non tutti i genocidi pesano allo stesso modo nella coscienza collettiva.

Il diritto internazionale ne ha sancito la definizione, ma la politica e i media continuano a decidere quali tragedie meritano di essere ricordate — e quali dimenticate.

Il termine genocidio nasce nel 1944, coniato dal giurista polacco di origine ebraica Raphael Lemkin. Voleva dare un nome alla distruzione sistematica di un popolo, un crimine che fino ad allora sfuggiva alle categorie giuridiche.
Dopo l’Olocausto, l’orrore dei campi di sterminio spinse la comunità internazionale a sancire nel 1948 la Convenzione delle Nazioni Unite per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, entrata in vigore nel 1951.

L’articolo II della Convenzione definisce genocidio “ogni atto commesso con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”, comprendendo l’uccisione dei membri del gruppo, il danneggiamento fisico o mentale, le misure per impedire nascite e il trasferimento forzato di bambini.

Da allora, la parola genocidio è diventata non solo un termine giuridico, ma anche un simbolo morale e politico, capace di orientare la memoria e la diplomazia. Tuttavia, il suo impiego resta spesso controverso: definirne uno significa, inevitabilmente, non definirne altri.

L’Olocausto, paradigma assoluto

Il genocidio per eccellenza resta quello perpetrato dalla Germania nazista, che tra il 1941 e il 1945 sterminò circa sei milioni di ebrei, insieme a milioni di rom, omosessuali, disabili e oppositori politici.
Processato a Norimberga, l’Olocausto è divenuto il punto di riferimento storico e morale per la definizione stessa di genocidio. È l’evento che ha imposto all’umanità l’obbligo del “Mai più”.

Armenia: il genocidio negato

Tra il 1915 e il 1917, l’Impero Ottomano sterminò oltre un milione di armeni. Deportazioni, marce della morte nel deserto siriano, esecuzioni di massa: una pulizia etnica su scala continentale.
Eppure, per decenni il massacro è rimasto quasi innominabile. Solo nel 2019 anche il Congresso degli Stati Uniti lo ha ufficialmente riconosciuto come genocidio. La Turchia, erede dell’Impero Ottomano, ancora oggi lo contesta.Cambogia: il genocidio di Pol Pot

Tra il 1975 e il 1979, il regime dei Khmer rossi guidato da Pol Pot sterminò circa due milioni di cambogiani — un quarto della popolazione — nel tentativo di creare una società agricola “pura”, priva di influenze straniere e borghesi.
Il mondo seppe, ma reagì tardi. Solo negli anni 2000 un tribunale internazionale riconobbe ufficialmente il genocidio.

Ruanda 1994: l’odio in diretta

Nel cuore dell’Africa, tra aprile e luglio del 1994, in appena cento giorni furono massacrati circa 800.000 tutsi e hutu moderati.
Il genocidio del Ruanda è l’emblema dell’indifferenza internazionale: le Nazioni Unite, pur presenti sul posto, non intervennero. Le immagini dei machete e dei cadaveri abbandonati lungo le strade rimasero impresse nell’immaginario collettivo come simbolo di una colpa globale.

Bosnia: Srebrenica e l’Europa che non vide

Nel luglio del 1995, a Srebrenica, enclave musulmana protetta dall’ONU, le truppe serbo-bosniache massacrarono oltre 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi.
La Corte internazionale di giustizia dell’Aia lo ha riconosciuto come genocidio, il primo avvenuto in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Per molti, una ferita ancora aperta nella coscienza europea.

Accanto a quelli entrati nei libri di storia, esistono genocidi di cui quasi non si parla.

In Indonesia (1965–66) il regime di Suharto fece uccidere più di mezzo milione di oppositori comunisti reali o presunti.
In Guatemala, tra il 1981 e il 1983, l’esercito sterminò migliaia di indigeni maya ixil.
In Darfur (Sudan), a partire dal 2003, il governo di Khartoum condusse campagne di sterminio contro popolazioni africane non arabe: oltre 300.000 morti, secondo l’ONU.
Più recentemente, la comunità internazionale ha riconosciuto come genocidi gli attacchi contro gli Yazidi in Iraq (2014) da parte dell’ISIS e le persecuzioni dei Rohingya in Myanmar, ancora in corso.

Molti di questi crimini sono rimasti senza giustizia, travolti dal silenzio geopolitico. Perché — come osservano storici e analisti — la definizione di genocidio è anche un atto politico: chiamarlo tale implica responsabilità, interventi, sanzioni. E spesso gli interessi economici e strategici prevalgono sulla verità.

Il diritto internazionale riconosce il genocidio come “il crimine dei crimini”. Eppure, nel mondo globalizzato, non tutti i genocidi valgono allo stesso modo.
L’Olocausto ha una Giornata della Memoria, film, musei, commemorazioni. Ma altrove, le vittime non hanno voce.

Come ha scritto lo storico Yehuda Bauer, «il problema non è che ricordiamo troppo un genocidio, ma che dimentichiamo gli altri».
Il rischio è che la memoria diventi gerarchica, e che il dolore universale si trasformi in strumento politico.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale, le democrazie hanno cercato di costruire una “memoria civile” dei genocidi attraverso giornate commemorative.
In Italia, il 27 gennaio è la Giornata della Memoria, istituita con la legge n. 211 del 2000 per ricordare la liberazione del campo di Auschwitz e le vittime della Shoah.
Il 10 febbraio, invece, è la Giornata del Ricordo, dedicata ai martiri delle foibe e all’esodo delle popolazioni italiane dall’Istria e dalla Dalmazia nel dopoguerra.

A livello internazionale, l’ONU ha stabilito il 27 gennaio come giornata mondiale della memoria dell’Olocausto, ma anche altre ricorrenze sono state introdotte: l’8 aprile per il genocidio dei rom e sinti, il 7 aprile per il genocidio del Ruanda, e il 24 aprile per ricordare il genocidio armeno.

Queste giornate hanno un valore altissimo: sono strumenti di educazione, memoria e responsabilità storica. Eppure, negli ultimi anni, sono diventate sempre più oggetto di contesa politica.

Ogni commemorazione, per sua natura, seleziona ciò che si ricorda e ciò che si dimentica.
In Italia, il dibattito tra Giornata della Memoria e Giornata del Ricordo si è spesso trasformato in uno scontro identitario: da una parte chi accusa la prima di “monopolizzare” la memoria del Novecento; dall’altra chi denuncia il rischio di revisionismo o equiparazione impropria tra tragedie diverse.

La memoria, dunque, diventa politicamente divisiva, anziché universale. Come ha scritto la storica Anna Foa, «ricordare non significa contrapporre un dolore all’altro, ma capire che ogni genocidio è figlio della stessa radice: l’odio dell’uomo verso l’altro».

Anche a livello internazionale, la stessa dinamica si ripete. Alcuni genocidi vengono riconosciuti con prontezza, altri vengono ignorati o minimizzati perché toccano alleanze geopolitiche scomode.
Nel caso dei Rohingya in Myanmar o degli Uiguri in Cina, la definizione di genocidio è stata oggetto di lunghi dibattiti, rallentati da pressioni diplomatiche.
Così, il “Mai più” rischia di trasformarsi in uno slogan a geometria variabile: valido solo quando non disturba gli equilibri del presente.

Le giornate della memoria nascono per preservare il passato, ma non devono sostituire il pensiero critico.
Ogni commemorazione è un atto politico — nel senso più alto e più rischioso del termine.
Il loro scopo non è fissare una gerarchia del dolore, ma ricordare che la violenza contro un gruppo umano è sempre un attacco contro l’intera umanità.

Il problema, come notano gli studiosi di memoria collettiva, è che la ritualità tende a svuotare il senso originario: si depone una corona, si ascolta un discorso, si dimentica il giorno dopo.
Eppure, l’unico modo per onorare davvero le vittime è mantenere vivo il legame tra memoria e responsabilità.

A ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, il mondo continua a ripetere la promessa del “Mai più”. Ma Siria, Ucraina, Gaza, Sudan dimostrano che la capacità di distruzione e disumanizzazione è tutt’altro che estinta.
Il vero antidoto non è solo commemorare, ma riconoscere con onestà ogni crimine, anche quando non conviene.

Perché la memoria non può essere selettiva: o è universale o non è memoria.

Per approfondire ulteriormente la tematica, ho avuto l’onore di confrontarmi con lo storico federalista Alberto Girardi Migliorisi, il quale, con una visione globale della storia europea degli ultimi secoli, ha illustrato il ruolo politico della memoria e come questa possa mettersi al servizio della storia e della comunità.

La riflessione sul rapporto tra memoria e storia è centrale per comprendere come le società costruiscono il proprio passato e lo utilizzano nel presente. Il dottor Girardi Migliorisi infatti afferma, “La memoria è indirizzata a una comunità. La storia non si ferma alla memoria ma a uno studio critico e ‘scientifico’”. Questa distinzione è fondamentale: la memoria nasce all’interno di gruppi sociali specifici e risponde a bisogni identitari, mentre la storia ha il compito di andare oltre il ricordo condiviso, analizzando le fonti in modo critico e contestualizzato.

Proprio perché legata a una comunità, “la memoria usa semplificazioni”. Per essere trasmessa e condivisa, tende a ridurre la complessità degli eventi, selezionando simboli, immagini e narrazioni facilmente riconoscibili. Questo processo, però, rischia di appiattire le contraddizioni e le responsabilità storiche. Un esempio significativo è l’Olocausto: “L’Olocausto in Europa è legato alla comunità europea, in quanto soggetti primari di un complotto”. Ciò significa che non può essere considerato solo come un evento esterno o isolato, ma come un fenomeno radicato nella storia politica, sociale e culturale europea, che chiama in causa direttamente le società coinvolte.

In questo contesto emerge anche una dimensione inevitabilmente politica del ricordare. “Ogni atto di memoria è un atto politico; è inevitabile che le comunità non si identifichino in determinate memorie.” Le scelte su cosa ricordare, come farlo e quali eventi mettere al centro del discorso pubblico riflettono rapporti di potere, valori condivisi e conflitti ancora aperti. Non tutte le memorie trovano lo stesso spazio, e alcune vengono marginalizzate o contestate perché mettono in discussione narrazioni consolidate.

Dal punto di vista dello storico, tuttavia, la memoria non va rifiutata, ma utilizzata come punto di partenza: “Da storico, la memoria è uno spunto che ci permette di approfondire una conoscenza.” La memoria apre domande, segnala nodi irrisolti e orienta la ricerca storica, che ha il compito di verificare, ampliare e problematizzare i racconti del passato. Inoltre, la narrazione della memoria è cambiata nel tempo, da eroe a vittima: se in epoche come il Rinascimento prevaleva la celebrazione degli eroi, oggi molte memorie collettive si concentrano sulle vittime, sottolineando la sofferenza e l’ingiustizia subita. Questo cambiamento rivela una diversa sensibilità storica e morale, ma conferma anche che la memoria non è mai fissa: evolve insieme alle società che la producono.

Sara Grignani 4ALS

Valutazioni: 2 | Media: 5

Nessun voto finora, Sii il primo a votare!

Leggi anche...
Nel mondo contemporaneo, segnato da guerre, tensioni e competizione tra…
Home
Cerca
Articoli
Inserti
Archivi
Chi Siamo