Giornale dell'I.T.I.S. "G. Cardano" - Pavia

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La geopolitica sotto la lente dell’economia

AUTORI
Sara Grignani 5ALS
Ultima modifica: 6 mesi fa

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Siamo giunti all’ultima tappa del nostro viaggio alla scoperta dell’economia.

Guerra commerciale, dazi, tensioni geopolitiche, crisi energetica e competizione tecnologica: l’Unione europea si muove in un contesto internazionale sempre più instabile. Ma quanto è davvero dipendente dagli Stati Uniti? E quali sono i rischi economici più sottovalutati oggi? Ne abbiamo parlato con Stefano Chiesa.

Prima di leggere l’intervista vi consiglio di recuperare gli articoli che sono usciti su InformiAMOci By SaraG negli scorsi giorni per avere già qualche informazione sulle tematiche che andremo ad approfondire con Stefano Chiesa.

Stefano, l’Europa è davvero dipendente dagli Stati Uniti?

«Più che di dipendenza parlerei di interdipendenza. Dal punto di vista economico, l’Unione europea esporta moltissimo verso gli Stati Uniti. Se Washington decidesse di chiudere il proprio mercato ai prodotti europei, l’impatto sul PIL dell’UE — e in particolare di Paesi come Germania e Italia — sarebbe significativo.

Anche sul piano energetico, dopo la guerra tra Russia e Ucraina, l’Europa ha aumentato le importazioni di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti via nave. Tuttavia non esiste un unico fornitore: ci sono anche altri partner.

Sul fronte della difesa, invece, la dipendenza è più marcata. Gli Stati Uniti rappresentano la spina dorsale della NATO: la loro spesa militare copre circa la metà del totale dell’Alleanza e in Europa sono presenti numerosi soldati americani. Anche l’approvvigionamento bellico dei nostri eserciti dipende in larga parte dagli USA. In questo caso possiamo parlare di un’interdipendenza asimmetrica.»

Cosa significa “interdipendenza asimmetrica”?

«È una situazione in cui due attori sono legati economicamente o politicamente, ma uno dei due dipende dall’altro in misura maggiore. È il caso, ad esempio, del rapporto UE-USA nel settore della difesa: l’Europa dipende dagli Stati Uniti più di quanto gli Stati Uniti dipendano dall’Europa.»

Che rapporti ha l’Unione europea con le altre superpotenze, come la Cina?

«Con la Cina esiste una forte interdipendenza commerciale. Importiamo ed esportiamo moltissimo, soprattutto per quanto riguarda la transizione ecologica. Abbiamo bisogno sia di materie prime critiche sia di prodotti lavorati. L’obiettivo europeo non è diventare completamente indipendenti — cosa irrealistica — ma diversificare i partner commerciali per ridurre il rischio. “Se perdi un partner importante, non devi perdere tutto”: è una strategia di “de-risking”, non di isolamento.

Con la Russia, invece, il commercio diretto è oggi molto ridotto rispetto al passato, anche quello indiretto è in calo.»

Le tensioni politiche negli Stati Uniti possono influenzare l’economia europea?

«Non esiste un filo diretto automatico. Tuttavia, un’instabilità politica può generare incertezza nei mercati finanziari, creare volatilità e influenzare le scelte di investimento e di risparmio anche in Europa. È un collegamento indiretto ma possibile.»

I dazi di Trump hanno solo uno scopo economico o anche geopolitico?

«Economia e geopolitica non possono essere separate. Gli Stati Uniti hanno un deficit commerciale e introducono dazi per rendere più competitive le proprie aziende nel mercato interno. Ma i dazi sono anche uno strumento geopolitico: possono diventare un’arma di pressione per ottenere concessioni o per spingere altri Paesi a investire negli USA. È una leva negoziale.»

Come può rispondere l’Unione europea ai dazi americani?

«Le opzioni sono diverse. Una è la diversificazione, cioè firmare più accordi di libero scambio con altri Paesi. Un’altra è l’introduzione di “controdazi”, ma questa scelta rischia di generare inflazione e quindi di danneggiare anche noi stessi.

Si può anche fare ricorso agli strumenti del commercio internazionale, ma qui c’è un problema: l’organo dell’Organizzazione mondiale del commercio che dovrebbe giudicare la legittimità dei dazi è di fatto bloccato dagli Stati Uniti. Questo limita l’efficacia delle regole multilaterali.»

Cos’è lo strumento anti-coercizione dell’UE?

«È uno strumento creato dall’Unione per rispondere a pressioni economiche esterne senza necessità di unanimità tra gli Stati membri. Un esempio è il caso della Lituania, che aveva aperto un ufficio diplomatico a Taiwan e aveva subito restrizioni commerciali da parte della Cina. Con questo meccanismo l’UE potrebbe reagire in modo coordinato.»

I nuovi accordi commerciali possono favorire lo sviluppo economico europeo?

«Sì, perché abbassano i prezzi e favoriscono la diversificazione delle materie prime. L’UE ha concluso o sta negoziando accordi con Paesi come il Cile e la Nuova Zelanda. Sono importanti non solo economicamente ma anche politicamente: se l’Europa vuole proporsi come alternativa a un modello più protezionista, deve abbassare le barriere commerciali.

Negli accordi l’UE inserisce spesso clausole su clima, diritti umani e divieto di lavoro minorile. Tuttavia è difficile imporre agli altri Paesi un cambiamento strutturale del loro modello economico. Siamo un grande mercato, ma abbiamo comunque bisogno degli altri.»

Qual è oggi il rischio economico più sottovalutato dall’Unione europea?

«Ne vedo due. Il primo è la frammentazione del mercato unico, cioè il rischio che emergano nuove barriere interne tra Stati membri. Il secondo, forse il più sottovalutato, è l’alto debito pubblico di alcuni Paesi. Un debito eccessivo pesa sulle generazioni future perché richiede il pagamento continuo di interessi, sottraendo risorse a investimenti strategici.»

L’Europa è molto dipendente dai semiconduttori prodotti a Taiwan. Cosa sta facendo per ridurre questo rischio?

«L’UE ha avviato il European Chips Act, con l’obiettivo di raggiungere circa il 20% della produzione mondiale di semiconduttori entro il 2030 e coordinare gli investimenti nel settore. Tuttavia bisogna evitare l’illusione dell’autosufficienza totale. Taiwan è estremamente avanzata in questo ambito: forzare una produzione interna completa rischierebbe di aumentare i costi. La strategia europea resta quella della diversificazione e della cooperazione.»

Negli ultimi mesi circolano notizie sull’uscita degli Stati Uniti dalla WHO e su presunte nuove scoperte mediche “bloccate” in passato. C’è un collegamento economico?

«Bisogna distinguere tra dinamiche politiche e teorie non dimostrate. L’eventuale uscita da organizzazioni internazionali può avere effetti finanziari e di coordinamento, ma non esiste evidenza che gli Stati Uniti abbiano “bloccato” scoperte mediche di altri Paesi per ragioni economiche. In questi casi è importante basarsi su notizie verificate.»

Sara Grignani 5ALS

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