Immagina un futuro prossimo in cui dopo esserti alzato dal letto ti ritrovi un assistente digitale dotato di intelligenza propria pronto a darti il buongiorno e a organizzarti la giornata. Sembra surreale, ma ogni giorno che passa ci fa avvicinare sempre di più a questa realtà.
Da un lato è molto curioso e quasi affascinante il modo in cui l’intelligenza artificiale possa semplificare le piccole difficoltà della vita quotidiana. Le nostre case potrebbero avere un sistema efficiente capace di regolare la temperatura o la luce, in base alle nostre preferenze e persino gestire la sicurezza senza il nostro intervento. Potrebbe perfino aiutarci nella nostra alimentazione, consigliando i cibi da mangiare e creandoci una dieta tenendo anche in considerazione le scadenze dei cibi così da evitare sprechi.
Nell’ambito scolastico potrebbe avere ancora più funzioni. I ragazzi potrebbero disporre di un tutor digitale che spiega individualmente gli argomenti non compresi di una lezione, utilizzando un linguaggio più familiare allo studente o facendo riferimento ad elementi di suo interesse per stimolarlo a colmare le sue lacune e aiutandolo ad apprendere. Anche le verifiche potrebbero esserne influenzate, usando un metodo di valutazione basato sull’analisi delle capacità di ragionamento e non solo quelle mnemoniche.
Anche nei momenti di svago potremmo osservare dei cambiamenti. Per esempio per i videogiochi, la musica o lo streaming potrebbe esserci una personalizzazione dei contenuti che sfrutta l’intelligenza artificiale per rendere più piacevole il servizio, facendo imparare alla piattaforma le nostre abitudini e le nostre preferenze.
Tuttavia non dobbiamo nascondere gli aspetti negativi di un’eccessiva comodità.
Se diventassimo troppo pigri l’intelligenza artificiale ci sostituirebbe e perderemmo pian piano la capacità di ragionare con la nostra testa. Ad oggi per esempio molti studenti si fanno aiutare per fare compiti o riassunti da ChatGpt, risparmiando tempo e fatica ma andando ad indebolire la volontà di pensare e dimenticando che, se il lavoro fosse fatto totalmente dall’AI, non ci sarebbe più apprendimento e di conseguenza neanche più una crescita.
Certo, il percorso formativo potrà cambiare in positivo. Potrebbero essere sviluppati modelli di AI in grado di ricreare situazioni in realtà aumentata per poter studiare materie come storia o scienze attraverso riproduzioni di eventi storici o di esperimenti virtuali, mirando a trasmettere l’utilità delle informazioni imparate nelle lezioni. Lo step fondamentale sarà far sviluppare agli studenti un pensiero critico capace di distinguere un’informazione vera da una falsa, riconoscendo gli errori commessi dall’intelligenza artificiale e aumentando la capacità di ragionare autonomamente.
A prima vista, questo scenario futuristico potrebbe destare preoccupazioni e far temere che l’AI possa emarginarci o distruggere posti di lavoro. Tuttavia, è necessario riflettere sull’evoluzione dell’occupazione: anziché essere semplicemente cancellate, molte professioni si trasformerebbero in mansioni di controllo, supervisione e collaborazione strategica con l’intelligenza artificiale stessa.
In conclusione sarà nostra la scelta su come vivere il cambiamento portato dalle intelligenze artificiali, adattandoci alle loro capacità e utilizzandole con giudizio. La vera sfida sarà quella di saperne sfruttare gli aspetti positivi, senza recarci un danno abusandone o diventandone dipendenti.
L’AI e il mondo del lavoro. Intervista a Cristiano Santoro, consulente finanziario e manager di Zurich Bank.

Intervistatore: Ciao Cristiano, tu sei consulente finanziario da parecchi anni e sicuramente avrai notato l’impatto dell’intelligenza artificiale all’interno del mondo del lavoro, quali benefici ha portato e quali svantaggi. L’intelligenza artificiale ti ha migliorato la vita in ufficio o è solo un software in più da cui imparare e che ti fa perdere tempo?
Intervistato: Mi ha migliorato la vita in ufficio, nel senso che mi libera tempo. Molte volte io mi ritrovo a dover leggere dei report molto lunghi; grazie all’ausilio dell’intelligenza artificiale riesco a comprimere le pagine e a riassumerle facendo una sorta di highlights di quelli che sono i contenuti del documento.
Questo oggettivamente mi aiuta molto. Anche nella composizione di report o anche solo di banali mail, avere un assistente virtuale aiuta. Ci metto tra un terzo e la metà del tempo.
Intervistatore: Quindi ritieni che ti abbia migliorato la vita in ufficio.
Intervistato: Diciamo di sì, il tempo è il bene più prezioso per un professionista. Quindi tutto ciò che libera tempo da dedicare ad altre attività è assolutamente benvenuto.
Intervistatore: Ottimo. Secondo te, se un domani Zurich Bank realizzasse una app per guidare a fare investimenti perfetti a costo zero, perché un cliente dovrebbe continuare a scegliere te e a pagarti una commissione? Cos’è che offri che un algoritmo non potrà mai avere?
Intervistato: Innanzitutto ci sono già persone che non sono clienti di consulenti finanziari, perché per passione o per spirito di iniziativa si occupano dei propri investimenti; poi facciano meglio o facciano peggio del consulente finanziario, questo è tutto da vedere e non è il caso specifico. Per quanto riguarda invece quei clienti che si rivolgono al consulente finanziario, il rapporto umano che si viene a creare con il proprio interlocutore è insostituibile. Perché, per tanto che l’intelligenza artificiale possa essere brava nel calcolo, nella diagnostica e in altri settori puramente numerici, non può andare a sostituire il rapporto umano o l’empatia e la gestione dell’emotività in determinati momenti di mercato. Quindi diciamo che è un concorrente, ma un concorrente che però al momento non ci spaventa più di tanto, perché il rapporto umano è fondamentale.
Intervistatore: Secondo te, quando sei davanti a un cliente e magari parlate di intelligenza artificiale, tu vedi più curiosità o paura che i propri risparmi finiscano in mano a un robot?
Intervistato: No, al momento vedo più curiosità; sono più curiosi di capire come l’intelligenza artificiale possa aiutarli nell’incrementare i rendimenti del loro portafoglio; non tanto l’intelligenza artificiale da sola, ma l’intelligenza artificiale unita alla consulenza del professionista.
Intervistatore: Sappiamo che l’intelligenza artificiale analizza numeri, come hai detto prima. Ma secondo te riesce a capire quando un cliente è nel panico perché i mercati stanno crollando o la gestione dell’ansia del cliente è ancora compito tuo?
Intervistato: Questo resta compito dell’essere umano, del professionista. L’intelligenza artificiale in termini di creazione di un portafoglio di investimento, di asset allocation, è più precisa rispetto a un consulente finanziario. Il consulente utilizza comunque dei metodi che si basano su dei calcoli che l’intelligenza artificiale compie più velocemente e in maniera più precisa. Ma nelle fasi di forti stress del mercato, innescate da situazioni di volatilità, il consulente ha il compito di gestire le emozioni del cliente: far sì che in momenti di euforia il cliente non decida di sbilanciare il proprio asset allocation; ma allo stesso tempo, nei momenti in cui il mercato sta crollando, che non decida di smobilizzare creando un danno patrimoniale irreversibile. Non c’è al momento la possibilità che l’intelligenza artificiale riesca a gestire le emozioni.
Intervistatore: Ti è mai capitato che l’intelligenza artificiale ti suggerisse un investimento puramente basato sui dati, ma tu in base alla tua esperienza hai fatto l’esatto contrario?
Intervistato: Se ragioniamo in un’ottica di lungo termine, ti potrei dire che l’intelligenza artificiale potrebbe avere quasi sempre ragione rispetto a quella che è la “pancia” del consulente o del cliente. Se ragioniamo in un’ottica di breve termine invece potrebbe essere il contrario, perché sui mercati, soprattutto sui mercati azionari, non sempre i dati positivi si trasformano poi in un trend di breve termine positivo e viceversa. Quindi possono esserci delle interpretazioni da parte del mercato che l’intelligenza artificiale non riesce a decodificare, mentre invece un consulente finanziario esperto può vedere in anticipo.
Intervistatore: Secondo te i ragazzi che oggi hanno 15-17 anni, che tra qualche anno saranno tuoi clienti, cercheranno ancora il rapporto umano che offri oggi o vorranno solo parlare con un chatbot sul telefono?
Intervistato: Entrambe le cose. Ci saranno, ma già li vedo ora, dei ragazzi che pensano di risolvere tutto seguendo l’influencer di turno su una delle piattaforme social più famose. Poi in realtà, nel momento in cui i mercati non andranno nella direzione che gli è stata prospettata, entreranno in panico; quindi sentiranno il bisogno di un rapporto umano che permetta di scaricare le frustrazioni e allo stesso tempo di cogliere delle opportunità che, non essendo addetti ai lavori e affidandosi solo all’intelligenza artificiale, non vedrebbero sui mercati.
Intervistatore: Ottimo Cristiano, questa era l’ultima domanda. Ti ringrazio per la tua disponibilità.
L’AI A SCUOLA. Intervista a Calogero Malaponti, docente di informatica all’ITIS G. Cardano di Pavia

Intervistatore: Secondo lei, l’intelligenza artificiale nella scuola aiuterà davvero gli studenti a imparare meglio oppure rischia di renderli più dipendenti dalla tecnologia?
Intervistato: Secondo me entrambe le cose, dipende dal modo in cui la usi. È una macchina, quindi tu con la macchina puoi andarti a schiantare contro un muro, andare in un fosso, o puoi raggiungere la destinazione. Devi imparare a guidarla, usarla in maniera propria. Vale un principio: se tu usi l’IA per fare il tuo lavoro e non ci metti niente di tuo, il risultato è che tu non servi a niente, non avrai neanche diritto a un lavoro. Se quello che fai tu, lo può fare l’IA senza problemi, perché tu non fai fatica, allora un datore di lavoro potrebbe dire: “Le tue competenze sono tali per cui non mi servi a niente e io ti sostituisco con l’IA”.
Se invece tu impari a controllare l’IA, cioè sei tu che te ne prendi la responsabilità, coordini degli agenti IA e fai produrre un risultato che tu riesci a controllare, di cui tu sei responsabile, e grazie a questo diventi molto più produttivo, tu hai diritto ad un lavoro.
È un po’ l’analogo della rivoluzione industriale, vi ricordate? Quando con la macchina a vapore, quelli che lavoravano ai telai e che tessevano, a un certo punto hanno perso il lavoro perché le macchine lo potevano fare meglio. Però cosa è successo? Quelli hanno smesso di lavorare? No, hanno imparato nuovi lavori, legati al controllo del processo di tessitura.
Io mi aspetto che succeda qualcosa del genere, un upskill. È anche il motivo per cui al Cardano nel prossimo anno scolastico verrà avviato un nuovo ITS (istituto tecnologico superiore): l’ITS è un modo per creare upskill in questa direzione. Nel caso specifico, i programmatori junior di una volta saranno completamente sostituiti da agenti IA, nasceranno nuovi lavori di chi sa coordinare questi agenti per produrre delle applicazioni gestibili e controllate.
Questo si chiama upskill, nel senso che il programmatore junior deve passare a competenze di livello superiore perché il lavoro più tedioso e meno intelligente riesce a farlo comunque l’IA.
Intervistatore: Molti giovani usano già strumenti di IA per riassunti o compiti: dove si trova, secondo lei, il confine tra un aiuto utile e una scorciatoia per lavorare meno?
Intervistato: Per esempio nel caso del riassunto. Il riassunto è un’operazione utilissima perché ti aiuta a districarti in un testo complesso e a capirlo in profondità. Se tu lo deleghi sempre alla macchina, qual è il risultato? Che tu questa capacità non la sviluppi e quindi lo dovrai fare sempre con la macchina e, siccome i motori IA possono anche andare in allucinazione facendo degli errori, una volta che tu hai perso la capacità, hai perso il controllo di quello che sta succedendo. Quindi l’uso legittimo è: ”Io so farlo; ma, siccome mi sto concentrando su un’attività di livello superiore, uso l’ IA per farlo”. In questo modo aumento efficienza e produttività.
Non si può usare l’IA come strumento per non imparare a riassumere, perché poi vi mancherà un meccanismo cognitivo. E la mancanza di questi meccanismi cognitivi non vi darà diritto a un lavoro nel mondo della IA: non potrete essere responsabili di quello che l’IA produce perché semplicemente non lo sapete fare neanche voi!
Intervistatore: Nel futuro alcuni lavori spariranno e altri nasceranno grazie alla IA. Quali competenze dovrebbero sviluppare i ragazzi oggi?
Intervistato: Tutto quello che potrà essere automatizzato, lo sarà. Ma i lavori che riguardano la supervisione della IA, l’ottenimento dei risultati, l’interazione con i clienti, gli stakeholder, saranno attività umane; anche le competenze critiche che riguardano il capire le esigenze del mondo rimarranno umane! Immaginatelo come un progetto gestito da agenti AI, però gli input li diamo noi, i risultati li controlliamo noi, i criteri per produrre i risultati rimangono nelle nostre mani.
Intervistatore: Lei pensa che con l’intelligenza artificiale rischiamo di diventare più comodi ma meno liberi?
Intervistato: L’IA può svolgere per noi, e velocemente, molte mansioni. Ma se noi ci adagiamo, perdiamo competitività e non impariamo a fare operazioni complesse. Allora non avremo più completamente diritto al lavoro, perché ce lo toglieranno: chi è più competitivo se lo prenderà. Non ci si può adagiare sulla “comodità”. L’IA deve servire per velocizzare mansioni semplici e per liberare tempo all’uomo. Sapere di più, conoscere e governare i processi, permetterà di delegare la fatica per conquistare tempo e libertà.
Davide Campanile, Christian Cipolletta, Francesco Pepe, Federico Santoro 3ICL
Giornale dell'I.T.I.S. "G. Cardano" - Pavia

