Giornale dell'I.T.I.S. "G. Cardano" - Pavia

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Potente o prepotente?

AUTORI
Michelangelo Igwe Rallo, classe 5^Ai
Ultima modifica: 9 ore fa

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Il vero significato del potere nella società di oggi: rifessioni dopo l’incontro con Lara Ghiglione al Festival Fragore

Quando sentiamo la parola “potere”, spesso pensiamo ai politici, ai capi di grandi aziende o a persone che occupano ruoli importanti. In realtà il potere non appartiene solo a chi governa uno Stato o dirige un’organizzazione. Ognuno di noi possiede una forma di potere: il potere delle parole, delle scelte, delle azioni e dell’influenza che esercita sugli altri.

Proprio per questo nasce una domanda tanto semplice quanto importante: che differenza c’è tra essere potenti ed essere prepotenti?

A prima vista sembrano due concetti simili, ma in realtà rappresentano due modi completamente diversi di vivere le relazioni umane. Essere potenti significa utilizzare le proprie capacità per aiutare gli altri, collaborare e costruire qualcosa di positivo. Essere prepotenti, invece, significa usare la propria forza, il proprio ruolo o la propria influenza per imporre la propria volontà e sentirsi superiori agli altri. La prepotenza non si manifesta soltanto attraverso la violenza fisica. Spesso si nasconde dietro atteggiamenti apparentemente normali: una presa in giro ripetuta, un commento offensivo, una discriminazione, il desiderio di controllare qualcuno o il rifiuto di ascoltare opinioni diverse dalle proprie. Sono comportamenti che possono sembrare insignificanti ma che, accumulandosi nel tempo, contribuiscono a creare una società meno libera e meno giusta. Per comprendere meglio questo fenomeno è utile guardare sia al presente sia al passato. La storia dell’umanità è piena di esempi in cui il potere è stato utilizzato per migliorare la vita delle persone, ma anche di casi in cui si è trasformato in prepotenza e oppressione.

Per molti secoli, ad esempio, le donne non hanno goduto degli stessi diritti degli uomini. In gran parte del mondo non potevano votare, partecipare alla vita politica o accedere a determinate professioni. Oggi queste limitazioni sembrano lontane, ma in realtà sono state superate solo recentemente. In Italia le donne ottennero il diritto di voto nel 1945 e parteciparono per la prima volta alle elezioni nel 1946. Ciò significa che appena ottant’anni fa metà della popolazione era esclusa da uno dei diritti fondamentali di una democrazia. Dietro questa conquista vi furono anni di lotte e sacrifici. Le suffragette, attive tra il XIX e il XX secolo soprattutto nel Regno Unito e negli Stati Uniti, furono spesso insultate, arrestate e considerate pericolose semplicemente perché chiedevano di essere trattate come cittadine con gli stessi diritti degli uomini. Oggi la loro battaglia appare giusta e necessaria, ma all’epoca molte persone la ritenevano eccessiva. Questo dimostra come le idee di uguaglianza che oggi consideriamo normali siano state ottenute grazie al coraggio di chi ha avuto la forza di mettere in discussione le ingiustizie.

Anche durante il periodo fascista il ruolo della donna veniva fortemente limitato. L’ideale promosso dal regime era quello della donna principalmente madre e moglie, mentre agli uomini erano riservati i ruoli di comando e la partecipazione alla vita politica. Si trattava di una visione che riduceva la libertà individuale e imponeva modelli rigidi basati esclusivamente sul sesso della persona. La storia ci insegna inoltre che la prepotenza può colpire intere categorie sociali. Le leggi razziali del 1938 privarono molti cittadini ebrei di diritti fondamentali soltanto a causa della loro origine. È uno degli esempi più evidenti di come il potere, se utilizzato senza rispetto per la dignità umana, possa trasformarsi in uno strumento di discriminazione.

Esistono però anche esempi opposti. Figure come Nelson Mandela o Martin Luther King Jr. hanno dimostrato che il vero potere non consiste nel dominare gli altri, ma nel difendere la giustizia e l’uguaglianza. Entrambi hanno combattuto contro sistemi discriminatori senza rinunciare ai principi del rispetto e della dignità umana. La loro influenza non derivava dalla paura che incutevano, ma dalla capacità di convincere milioni di persone che un mondo più giusto fosse possibile.

Sebbene molti diritti siano stati conquistati, sarebbe un errore pensare che il problema della discriminazione sia stato completamente risolto. Ancora oggi le donne continuano a essere vittime di stereotipi e pregiudizi. Spesso vengono giudicate più per il loro aspetto fisico che per le loro competenze. In alcuni contesti lavorativi devono dimostrare più degli uomini per ottenere lo stesso riconoscimento. Non è raro che una donna venga interrotta durante una riunione o che le sue idee ricevano attenzione solo quando vengono ripetute da un collega uomo. Anche il modo in cui la società giudica la libertà femminile mostra la presenza di evidenti doppi standard. Comportamenti considerati normali per gli uomini possono essere criticati quando riguardano una donna. Questo non limita soltanto la libertà di scelta, ma contribuisce a creare una cultura in cui alcune persone si sentono autorizzate a stabilire come gli altri dovrebbero vivere la propria vita. Tutto ciò contrasta con il principio espresso dall’articolo 3 della Costituzione italiana, secondo cui tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge. Questo principio non dovrebbe rimanere soltanto una frase scritta su un testo giuridico, ma trasformarsi in una pratica quotidiana. L’uguaglianza non significa ignorare le differenze tra le persone, ma garantire che tali differenze non diventino motivo di discriminazione.

Gli esempi di prepotenza non si trovano soltanto nei grandi eventi storici. Sono presenti anche nella vita di tutti i giorni. Pensiamo a uno studente preso in giro per il suo aspetto fisico, per il suo modo di parlare o per le sue origini. Pensiamo a chi viene escluso da un gruppo perché considerato diverso oppure a chi viene continuamente zittito quando prova a esprimere la propria opinione. In questi casi il problema non è la forza fisica, ma l’uso scorretto dell’influenza che alcune persone esercitano sugli altri. Negli ultimi anni il fenomeno è diventato ancora più evidente attraverso i social network. Internet rappresenta una straordinaria opportunità di comunicazione, ma può trasformarsi facilmente in uno strumento di aggressione verbale. Molti utenti si sentono protetti dall’anonimato e scrivono commenti che non avrebbero mai il coraggio di pronunciare dal vivo. Le donne sono spesso tra le principali vittime di questo fenomeno e ricevono insulti o minacce semplicemente per aver espresso la propria opinione. Inoltre, i social contribuiscono a diffondere modelli estetici irrealistici che influenzano soprattutto i più giovani. Molte ragazze crescono confrontandosi continuamente con immagini modificate e standard di perfezione difficili da raggiungere. Questo può avere conseguenze negative sull’autostima e sul benessere psicologico. Ancora una volta emerge il tema del potere: quello dei media, degli influencer e della comunicazione digitale nel condizionare il modo in cui percepiamo noi stessi e gli altri.

Anche nelle relazioni affettive il confine tra potere e prepotenza può diventare molto sottile. Alcuni comportamenti vengono erroneamente interpretati come segni d’amore quando in realtà rappresentano forme di controllo. Controllare continuamente il telefono del partner, pretendere di sapere dove si trova in ogni momento o decidere con chi possa uscire non significa amare una persona. Significa limitarne la libertà. Una relazione sana si basa sulla fiducia e sul rispetto reciproco, non sul possesso.

Forse l’aspetto più difficile da riconoscere è che la prepotenza non appartiene sempre agli altri. È facile individuare le discriminazioni più evidenti, ma molto più complicato accorgersi dei pregiudizi che ognuno di noi può avere senza rendersene conto. Per questo motivo è importante sviluppare spirito critico e imparare a mettere in discussione idee che abbiamo sempre considerato normali.

L’educazione civica ha proprio questo obiettivo: formare cittadini consapevoli, capaci di riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni e di comprendere il valore del rispetto. Una società democratica non può funzionare se le persone non imparano ad ascoltarsi, a confrontarsi e a riconoscere la dignità di chi è diverso da loro.

Alla fine, il tema del potere riguarda ciascuno di noi molto più di quanto immaginiamo. Ogni giorno abbiamo il potere di scegliere come comportarci con gli altri. Possiamo usare le parole per umiliare o per incoraggiare, per escludere o per includere, per alimentare pregiudizi o per combatterli. La vera domanda, quindi, non è chi possiede più potere. La domanda è come decidiamo di utilizzarlo. Possiamo trasformarlo in uno strumento di dominio oppure in una forza capace di creare rispetto, libertà e uguaglianza. Forse essere veramente potenti significa proprio questo: avere il coraggio di riconoscere il valore degli altri senza sentirsi minacciati dalla loro libertà. Perché una società giusta non nasce quando qualcuno riesce a imporsi sugli altri, ma quando ogni persona ha la possibilità di essere ascoltata, rispettata e trattata con la stessa dignità. E la costruzione di quella società inizia dalle scelte che compiamo ogni giorno.

Michelangelo Igwe Rallo, classe 5^Ai

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