La panchina è un elemento tipico dell’arredo urbano: un sedile fisso pensato per ospitare più persone, solitamente collocato all’aperto in spazi pubblici come piazze e parchi, ma presente anche in ambienti interni quali aeroporti, sale d’attesa e hotel.
La storia della panchina
Oltre a essere un punto di sosta, la panchina è simbolo di socialità: nel tempo le sue forme e funzioni si sono trasformate con le città, diventandone una componente rappresentativa.
L’uso della panchina risale all’antichità, come dimostrano resti archeologici nella Valle dei Templi e a Pompei.
Gli scavi di Pompei hanno mostrato infatti diverse panchine, principalmente utilizzate in luoghi pubblici e privati come terme e spogliatoi. Esistono anche panchine emicicliche, chiamate “a schola”, utilizzate nelle tombe.

In Toscana, tra XIV e XV secolo, le panche pubbliche assumono un ruolo architettonico di rilievo, integrandosi nelle facciate dei palazzi, come le celebri panche di via del Palazzo Medici Riccardi a Firenze. Durante il Rinascimento diventano simboli di apertura alla comunità.

Con la rivoluzione industriale, la produzione si amplia grazie a nuovi materiali come ghisa e legno, favorendo la diffusione sistematica delle panchine negli spazi pubblici, al pari di lampioni e pensiline.
La panchina in letteratura
In letteratura la panchina svolge la funzione di luogo dell’incontro e del dialogo tra i personaggi; è su una panchina che si conoscono Frédéric Moreau e Madame Arnoux in “L’educazione sentimentale” di Gustave Flaubert (1869). Ne “Le notti bianche” (1848) di Fëdor Dostoevskij tutta l’azione dei personaggi si concentra dinnanzi alla ringhiera di un canale e poi sulla panchina; nasce e si chiude su una panchina anche la novella di Samuel Beckett “Primo amore” (1946).
La panchina è assoluta protagonista ne “La nausea” (1938), romanzo di Jean-Paul Sartre: qui il protagonista riesce a capire la natura del proprio male (la nausea, appunto) arrivando a percepire e a comprendere il caos e l’assurdità dell’esistenza.
Ne “La villeggiatura in panchina”, inserita nella raccolta “Marcovaldo ovvero Le stagioni in città” (1963) di Italo Calvino, Marcovaldo cerca di sfuggire ai rumori e alle noie della città rifugiandosi su una panchina nel verde:

«C’era, in un angolo della piazza, sotto una cupola d’ippocastani, una panchina appartata e seminascosta. E Marcovaldo l’aveva prescelta come sua. In quelle notti d’estate, quando nella camera in cui dormivano in cinque non riusciva a prendere sonno, sognava la panchina come un senza tetto può sognare il letto d’una reggia. Una notte, zitto, mentre la moglie russava ed i bambini scalciavano nel sonno, si levò dal letto, si vestì, prese sottobraccio il suo guanciale, uscì e andò alla piazza. Là era il fresco e la pace. Già pregustava il contatto di quegli assi d’un legno – ne era certo – morbido e accogliente, in tutto preferibile al pesto materasso del suo letto; avrebbe guardato per un minuto le stelle e avrebbe chiuso gli occhi in un sonno riparatore d’ogni offesa della giornata.»
La panchina nell’arte
Nel corso dei secoli, la panchina ha ispirato numerosi pittori, scultori e artisti contemporanei, diventando non solo soggetto ma anche simbolo dell’esperienza umana.
Thomas Gainsborough, in Conversazione in un parco (1746) e Coniugi Andrews (1750 ca.), ritrae coppie della nobiltà inglese sedute su panchine poste in paesaggi bucolici, inserendo l’arredo nel contesto di status e armonia con la natura.


Édouard Manet nel dipinto Le Banc (1881) pone la panchina al centro della composizione, ma vuota, evocando solitudine o attesa.

Vincent Van Gogh, in Panchina di pietra nel manicomio di Saint-Rémy (1889), trasforma la panchina in simbolo di silenzio interiore e disagio esistenziale.

Edward Hopper, con Notte nel parco (1921), raffigura un uomo solo che legge su una panchina, immerso nella luce artificiale di un lampione: una metafora della solitudine urbana.

Banksy, in vari murales, utilizza la panchina come simbolo di marginalità sociale, protesta e memoria, trasformandola in oggetto parlante della cultura contemporanea.

Arte urbana
Nel 2014, il progetto Books about Town ha installato a Londra cinquanta panchine a forma di libro, decorate da artisti ispirandosi a grandi opere della letteratura.

In Italia, a Torino, Nel 2014-2015, l’artista Vito Navolio ha dipinto le dieci panchine di p.zza Moncenisio ispirandosi all’arte dei maestri del ‘900 tra cui Mondrian, Mirò, Warhol, Pollock, Haring e Picasso.

La panchina nel cinema
La panchina è spesso al centro della scena cinematografica:
Forrest Gump (1994): il protagonista racconta la sua vita su una panchina, diventata iconica.

Good Will Hunting (1997): una profonda conversazione tra i personaggi si svolge su una panchina al Boston Public Garden

Notting Hill (1999): una panchina commemorativa incornicia un momento romantico.

Manhattan (1979): Allen e Keaton davanti al Queensboro Bridge, in una scena simbolo del cinema newyorkese.

La 25ª ora (2002): una panchina sull’Hudson diventa spazio di addio alla libertà.

Simbolismo
Negli ultimi decenni, la panchina è stata reinterpretata in chiave simbolica e sociale.
Le panchine rosse
Le panchine rosse, è un progetto culturale, sociale e comunitario che mira a visualizzare negli spazi pubblici e privati la lotta per la consapevolezza, l’informazione, la prevenzione e la sensibilizzazione contro la violenza di genere e il femminicidio.
L’idea nasce in America Latina come “Zapatos rojos” (scarpe rosse), un’installazione dell’artista Elina Chauvet (2009), per poi trasformarsi in Italia nel progetto delle “panchine rosse”, promosso inizialmente dal Centro Antiviolenza di Torino, diffuso poi a livello nazionale e internazionale.

Le panchine gialle
Negli ultimi anni, le panchine gialle, installate su tutto il territorio nazionale con il patrocinio del Ministero dell’Interno e dall’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani), sono diventate il simbolo della lotta contro il bullismo e il cyberbullismo.
La panchina gialla vuole essere un monito contro tutte le violenze di genere e promuove la cultura della parità e la tutela dei diritti dei più indifesi, degli emarginati e dei minori, spesso vittime dei loro stessi coetanei.
In altre parole, un simbolo concreto per rompere il velo dell’indifferenza ma anche un luogo di ritrovo, di aggregazione, che porti i giovani e gli adulti a riflettere.

Le panchine giganti
Le panchine giganti (o “Big Benches”) sono sedute fuori scala, alte circa due metri e larghe tre, progettate per far sentire chi vi si siede come un bambino. Non si tratta solo di arredo urbano o design bizzarro: sono parte di un progetto artistico e sociale.
Nate nel 2010 da un’idea dell’artista e designer americano Chris Bangle, che ha vissuto a lungo nelle Langhe. La prima è stata installata a Clavesana, in provincia di Cuneo.
Il progetto è diventato una vera e propria rete, la Big Bench Community Project (BBCP), che promuove turismo lento, collaborazione locale e valorizzazione dei territori.
Le panchine giganti sono ormai centinaia, sparse in tutta Italia (Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Puglia…) e persino all’estero. Si trovano in punti panoramici, nei vigneti, sui crinali delle colline, spesso in luoghi poco battuti ma incredibilmente suggestivi.

Curiosità: la Juventus è nata su una panchina
Il 1° novembre 1897, a Torino, un gruppo di studenti si riunì su una panchina di Corso Re Umberto e fondò la Juventus, scegliendo un nome latino che celebrava la giovinezza. Oggi, quel luogo è ricordato da una targa commemorativa:
“In questo luogo nacque la leggenda bianconera. Novembre 1897.”

Matteo Di Paola 4ELS
Giornale dell'I.T.I.S. "G. Cardano" - Pavia

