Giornale dell'I.T.I.S. "G. Cardano" - Pavia

---

La guerra e il paradosso della civiltà

AUTORI
Sara Grignani 5ALS
Ultima modifica: 4 mesi fa

Tempo di Lettura
~ 4 minuti
Valutazioni: 2
| Media: 5

Che cos’è la guerra? Una fatalità insita nella natura umana, o il fallimento delle istituzioni politiche? Poche esperienze attraversano la storia dell’umanità con la costanza della guerra, e poche, allo stesso tempo, interrogano così radicalmente il senso della civiltà. La guerra appare infatti come un paradosso: nasce dentro le società organizzate, ma ne rivela anche il possibile collasso.

Già il pensiero antico aveva colto l’ambiguità del conflitto. Per Eraclito il polemos era “padre di tutte le cose”, principio generativo del reale. Molti secoli dopo, Thomas Hobbes avrebbe riconosciuto nella guerra una possibilità permanente della condizione umana: non solo scontro armato, ma disposizione costante all’ostilità, “guerra di tutti contro tutti”. In questa visione il conflitto sembra appartenere alla struttura stessa del vivere.

Eppure la modernità ha anche mostrato che la guerra non è semplice destino biologico. Jean-Jacques Rousseau sosteneva che non sono gli uomini a fare la guerra, ma gli Stati. E Carl von Clausewitz ne offrì forse la formula più celebre: la guerra è “la continuazione della politica con altri mezzi”. In questa definizione la violenza non è irrazionale esplosione, ma strumento, calcolo, tecnica.

Ma il Novecento, con le guerre mondiali, ha incrinato anche questa fiducia razionale. È qui che il dialogo epistolare tra Albert Einstein e Sigmund Freud del 1932 — pubblicato con il titolo Why War? — resta una delle riflessioni più profonde sul problema.

Einstein pone una domanda che conserva intatta la sua urgenza:

“C’è un modo di liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?”

Non chiede come vincere le guerre, ma come impedirle. E individua già due nodi modernissimi: il potere degli interessi politici ed economici e la facilità con cui le masse possono essere trascinate verso il fanatismo.

Freud risponde spostando il problema a un livello ancora più radicale. Scrive:

“I conflitti di interessi tra gli uomini vengono risolti mediante la violenza.”

Il diritto stesso, osserva Freud, nasce dalla violenza, ma come tentativo di limitarla. E soprattutto introduce la sua intuizione più inquietante: accanto alle pulsioni che tendono a unire gli esseri umani (Eros), esiste una pulsione distruttiva, una tendenza aggressiva che può manifestarsi nella guerra.

Non è una giustificazione, ma una diagnosi tragica: la civiltà non elimina la violenza, la contiene faticosamente.

Anche la riflessione teologica cristiana si è confrontata per secoli con questa stessa tensione. La guerra, nella tradizione cristiana, non è mai stata considerata un bene: essa appartiene piuttosto alla condizione decaduta dell’uomo. Secondo la teologia agostiniana, infatti, l’umanità, attraverso il peccato originale, ha corrotto la propria natura. La guerra non apparterrebbe dunque all’uomo “come creato” da Dio, ma all’uomo “caduto”, segnato dal disordine morale e dalla violenza. In questo senso, la riflessione cristiana incontra sorprendentemente quella freudiana: entrambe riconoscono nell’uomo una ferita profonda che rende il conflitto sempre possibile.

È in questo contesto che nasce la celebre teoria della “guerra giusta” elaborata da Sant’Agostino, spesso però fraintesa. L’espressione latina originale è bellum iustum. Ma iustum non significa “giusto” in senso morale: deriva da ius, cioè “diritto”, e indica piuttosto ciò che è “lecito”. Agostino non sostiene dunque che possa esistere una guerra buona o santa; ammette soltanto la possibilità tragica di una guerra legalmente e moralmente giustificabile in un mondo corrotto dalla violenza.

Perché una guerra possa essere considerata lecita, devono essere rispettate condizioni rigorose: deve essere dichiarata da un’autorità legittima, avere una causa giusta — ad esempio la difesa da un’aggressione — e soprattutto possedere una “retta intenzione”, cioè la pace come unico fine. Proprio per questo non ogni mezzo è consentito: la violenza contro i civili o la distruzione indiscriminata contraddicono radicalmente tale principio.

E tuttavia, sul piano ideale, Agostino indica una prospettiva ancora più radicale: il modello autentico del cristiano resta Cristo stesso, che non risponde alla violenza con altra violenza. Il martirio, più che la guerra, rappresenta il vertice della testimonianza cristiana.

Su questa soglia il pensiero del Novecento radicalizza ulteriormente la critica. Hannah Arendt distingue potere e violenza: dove prevale la violenza, il potere ha già fallito. Forse nessuna definizione coglie meglio la disumanizzazione della guerra.

E questo interrogativo non appartiene al passato. Dall’invasione russa dell’Ucraina alla guerra nella Striscia di Gaza, dal conflitto in Sudan alle crisi spesso dimenticate in Myanmar, il presente mostra che la guerra non è un residuo arcaico, ma una struttura persistente della politica globale. I conflitti armati nel mondo hanno raggiunto livelli tra i più alti dalla fine della seconda guerra mondiale.

Anzi, oggi la guerra sembra mutare forma senza scomparire: droni, guerre ibride, conflitti informativi, violenza tecnologica. Se per Clausewitz la guerra era mezzo della politica, talvolta sembra che la politica sopravviva come amministrazione permanente del conflitto.

È proprio di fronte a questa trasformazione che anche la riflessione teologica contemporanea ha conosciuto una svolta profonda. Già nel 1917, nel pieno della Prima guerra mondiale, Papa Benedetto XV definì il conflitto una “inutile strage”. Ma è soprattutto con l’enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco che la tradizionale dottrina della guerra “lecita” viene radicalmente ridimensionata. Di fronte alle armi di distruzione di massa e alle guerre asimmetriche contemporanee, appare sempre più difficile sostenere che la violenza possa davvero essere contenuta entro limiti morali e giuridici. Come può, ad esempio, una bomba atomica conciliarsi con la “retta intenzione” della pace?

Ed è qui che il pensiero di Immanuel Kant acquista forza non come utopia ingenua, ma come progetto.

In Per la pace perpetua, Kant immagina una pace fondata non sulla buona volontà, ma su diritto, istituzioni e ordine cosmopolitico. La pace non è semplice assenza di guerra, ma costruzione politica.

Scrive:

“La pace perpetua non è un’idea vuota.”

È forse questo il punto decisivo. Freud ci ricorda quanto la guerra abiti nell’uomo; la teologia cristiana ricorda quanto la libertà umana sia ferita dalla propria “caduta”; Kant, invece, ricorda che la pace dipende da ciò che gli uomini possono ancora costruire.

Tra questi due poli — distruttività e progetto — si muove ancora la nostra storia.

E forse il compito della filosofia, di fronte alla guerra, non è spiegare la violenza come necessità, ma custodire l’idea che la pace sia possibile

Sara Grignani, 5ALS

Valutazioni: 2 | Media: 5

Nessun voto finora, Sii il primo a votare!

Leggi anche...
PAVIA – Cento minuti di pura energia, emozioni in rima…
Home
Cerca
Articoli
Inserti
Archivi
Chi Siamo